ANGELO GIANNETTI

LABORATORIO D'ARTE CULTURA E SOLIDARIETÀ

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Arte, comunicazione e confronto

Oggi quello che in me è arte è sicuramente confronto e comunicazione; ma da dove nasce questa unione, questa necessità?
Parlare di come è nato in me il desiderio di "coprir di colore le tele", non ha di per sé una grande importanza. Ci sono mille modi e motivi perché una persona mediamente intelligente e parzialmente folle inizia a dedicarsi all'arte.
Per chi, come me, ha iniziato in tarda età, non ci sono stati stimoli dovuti al talento, agli studi o ai consigli di amici, ma piuttosto una sfida, un tentativo, una curiosità che ti portano a tentare e provare il tuo fare in un mondo nuovo. Gli inizi sono disastrosi, fino a quando non si comincia a pensare e riflettere su quello che si è già fatto. Poi, complici letture, discussioni, critiche e apprezzamenti, si generano i primi step migliorativi, così sali i primi scalini, e mano a mano che ti senti crescere, capisci cosa ti ha spinto a farlo. Allora tutto diventa più cosciente, più difficile e doloroso.
Nessuno dei termini che uso e userò è in chiave tragica o negativa, il tutto va visto in un'aura di vita, di piacere interiore, di appagamento temporaneo, dove tutto ha un prezzo, non definito, non chiaro, ma interno al tuo sentire.

Nelle prime esperienze ti scontri, ti maceri nel comprendere, nell'apprendere, nello studiare cosa sono per te le dimensioni, la ricerca in se stessi, il perché dei colori, di quelli che si incontrano e di quelli che si scontrano, per tono dimensione e matericità. La forma, soprattutto nell'informale, può far danni, perché non hai riferimenti, non hai proporzioni ne prospettive da rispettare o negare, ma solo la tua voglia di comunicare e di domandare. Inizia un confronto che è tecnico ma anche interpersonale, ti rendi conto più o meno improvvisamente che tutto quello che metti in essere, che crei, è figlio di un bisogno fondamentale: comunicare.

Prima di arrivare a ciò c'è un percorso, almeno per me, che devo affrontare, per molti aspetti tecnico, per altri non so.
Un primo passo è la scelta del supporto: cartone, legno, tela o altro. Quindi le prime domande, da dove vuoi partire? Materiale povero, materiale "solito", grande se devi esprimere un gesto ampio, medio se vuoi demandare molto al fruitore, piccolo se vuoi stimolare l'esplosione mentale, non visiva.

Poi il grande bianco,
spaventoso, terrorizzante nella sua luce di non colore. Il bianco della tela mi fa "tremar le vene ai polsi". Aspetti, attendi che cresca la rabbia, la voglia di sopraffare questo bianco definito come l'insieme di tutti i colori dello spettro.
A volte non riesco, mi blocco; allora lo trasformo e preparo il fondo, rosso, giallo o nero.
Ora posso dedicarmi all'opera. Sono passaggi artisticamente invisibili, sconosciuti, ma che sono la base di quello che ci andrò a mettere sopra.

Poi l'opera, dopo le prime mosse, le prime stesure, prende vita e allora la comunicazione diventa a doppio senso, tu imbratti lei emoziona, tu modifichi e lei cambia espressione; in quello che a volte è lotta e altre volte è incontro si sviluppano forme, segni e colori che portano al risultato finale, all'ultimo fotogramma, quello e solo quello che anche gli altri potranno vedere.

Sarà anche capace di comunicare, di parlare, di spiegare come è diventata adesso questa opera?
Dubbi, blocchi, ricordi, ripensamenti vissuti con il terrore di aver detto poco o di aver detto troppo, di aver raggiunto un equilibrio incompleto ma corretto o di averlo superato e reso tutto banale.

Non è un comunicare, per quello ci sono tanti altri modi, ma il comunicare. L'essenza, l'io confronto che diventa l'io-tu, un insieme follemente appeso ad un sentire che oserei dire cosmico.
Questo comunicare nel confronto, attraverso linguaggi, segni, colori è quanto di più bello esista, e ripaga a tal punto lo sforzo, la fatica, il dolore tutto mio nel pensare e realizzare un'opera, che fa diventare piacevole il percorrere questa strada.

Certo, devo anche confessare che la porta dello studio diventa sempre più somigliante alle colonne d'Ercole di antica memoria, un salto nel buio che ti assicura un'autocritica feroce, un misurarsi con rabbia e dolore, tuoi ma che sono monumentalmente sparsi su tutta la terra, promette, e a volte mantiene, la gioia che ti fa danzare davanti ad un'opera, il sereno appagamento che ti fa sedere stanco ad osservarla per ore, la meraviglia che si esprime sotto forma di dubbio, " ma l'ho fatto io?".
Una moltitudine di sensazioni, che vivi con ogni parte del corpo e della mente, che ti fa sentire in sintonia e contrasto con il mondo che conosci.

Poi proprio quando, passato il tempo, con la mente "in altre faccende affaccendata", incontri una persona, un amico, uno sconosciuto che ti parla della tua opera scopri che la comunicazione che tu avevi inserito o tentato di inserirci ha creato un canale, fatto di brividi, di sospensioni e immagini, che vivi insieme. Il vedere questo canale sintetico o prolisso che sia, decifrare, capire, sentire il tuo sentire, il tuo io-tu, ampliato da punti di vista confluenti ma diversi, ti rende un essere diverso, inciso e scolpito da questo flusso di comunicazione che non ha media, traduttori o spiegazioni terrestri.

Non sempre le opere e la "persona" con cui comunichi danno questi risultati. Di certo fissano una piccola nuova e delicata piuma sul tuo corpo, che lo rende sempre più pronto a volare.

by Angelo Giannetti - 2012
Pubblicato dalla Rivista del Periagogé - Centro studi educativi e pedagogici

 

 


 

 

 

 

IN PROGRESS

Il pensiero di quello che sto sperimentando, nasce dalla voglia di andare oltre gli insegnamenti del gruppo Gutai, nei suoi aspetti pittorici, e oltre lo spazialismo sia di Burri che Fontana. Andare oltre non per essere migliore o per rendere obsolete le loro scelte artistiche, ma andare oltre per „contaminare“ tra loro le scelte fatte, o come nel caso di Fontana, considerare lo Spazialismo in una veste diversa. In particolare lo Spazialismo che io considero, non è solo quello di guardare oltre la tela, ma a volte considerare la tela come ultima speranza, dove far confluire lo spazio che è tra noi e la tela.

Oltre a cio’, attualizzando la ricerca, cioè rendendola piu’ vicina ai nostri giorni, mi piace evidenziare due aspetti, l’azione interiore e il mascheramento della società, l’occultamento che oggi, periodo storico della comunicazione dove quest’ultima viene invece occultata dalla cattiva o fuorviante informazione.

La conseguenza sono opere due indirizzi principali: l'azione e la domanda.
L’azione, spensierata (priva di pensiero), violenta (sui colori e sulla tela), rabbiosa e istintiva (nell'anima) pone i colori sulla tela in modo materico e con qualsivoglia mezzo, mostrano l’anima di chi crea. Dall’altra parte opere piu’ concettuali, simboliche, che evidenziano quello che la società ci riserva, la censura, l’occultamento, la volontà di limitare la libertà e le possibilità di espressione, mostrando quello che spesso non riusciamo a vedere e in altre occasioni la simbologia della „copertura“, del velo, del non palese.

L’azione è basata su una vasta gamma di colori, che hanno solo il compito di evidenziare la materia, la terza dimensione, che occupa uno spazio verso chi crea e chi osserva. Una terza dimensione che è la rappresentazione fisica del caos, del malessere interiore nell’osservare quello che non piace, ma anche quello di avvicinare ad altri le piu’ svariate sensazioni, come ad accorciare la distanza tra chi crea e chi guarda.

Le opere spaziali hanno la funzione di spingere l’osservatore a guardare la luna non il dito.
Uno stimolo ad occupare lo spazio che ci divide dalla verità, e alcune volte a lacerarlo, per portare lo sguardo „oltre la tela“ ma anche e soprattutto lacerare o capire cosa offusca, nasconde e che ci tiene lontani dalla „tela verità“.

Quindi i colori sono meno materici, meno violenti, una tavolozza piu' povera, meno importante.
Questo per ora lo sto sviluppando con opere che sono principalmente dei "ready-made" attaccati alla tela o meno, simbologia dell’oggi, ricoperti da una plastica trasparente a significare che spesso siamo noi a non volere vedere, altre volte da un velo nero che lateralmente nasconde e che frontalmente offusca, anche in questo caso a voler chiedere, „sono sempre gli altri a nasconderci la verità?“ o sono anche le nostre fobie, i nostri tabu’, i nostri conformismi, la nostra paura di vivere la libertà, a confonderci, a non farci vedere?

Non ho risposte a questo, espongo solo dei fatti che diventano domande, prima per me stesso e poi per gli altri.

Credo che questo modo di esprimersi non sia figlio di un tempo e di un altro, ma sia insito nel fluire continuo di eventi che fino ad oggi, anche se in forme diverse, sono nella storia dell’uomo e quindi della sua arte.

Solo quando tutto questo sarà azzerato da una società acefala, forse potremo dimenticare la rabbia, la confusione e forse le domande. Probabilmente in quel momento potrebbe nascere una nuova arte degna di vivere e non come succede oggi, una forzatura della spettacolarizzazione, dove ogni artista si sente in dovere di essere „one man show“.

angelo


 

 

 

 

TRICOLORE

 

 

Perchè un debito con il tricolore!

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Negli anni della mia gioventu', dintorni del 68/69, mi accorsi con enorme dispiacere che il tricolore da me amato, per la mia passione della Resistenza e prima ancora del Risorgimento, era ostaggio di una parte politica a me molto invisa. Era doloroso, per me rinunciarvi, e vedere che ogni evento sportivo era occasione per alcuni di sdoganare il loro messaggio di fascisti travestito da patriottismo e amore per i colori di una nazione, che era stata dai loro mentori, padri, nonni distrutta e fascistizzata.
Questo mi ha impedito, per anni, di mostrare il mio sentimento verso questi colori che storicamente mi fanno sentire sinceramente italiano.

Con il passare del tempo, su molte bandiere monocromatiche sono stati aggiunti altri colori, forse per far dimenticare (sbagliato) un passato di parte, forse per conquistare un ceto medio (ari-sbagliato).
Quest'ultimo fastidio era addolcito dal fatto che il tricolore non era piu' espressione della sola destra, e unito a cio', e siamo per brevità ai giorni nostri, sono spuntati i padani, con il loro monocromo verde.
Questa mossa è stata la migliore, infatti, attorno al tricolore si sono stretti tutti gli altri, segnando un punto di rottura con certi vetero razzisti, e coaugulando attorno ai tre colori molte persone e forze politeche anche se ormai edulcorate.
Ben ricordo la foto di quella coraggiosa signora che lo espose contro i padani.

Le polemiche sono ancora in corso, e non so se finiranno, anche se a certa gente augurerei, per un periodo, di annettersi alla Svizzera o all'Austria, cosi' proverebbero, cosa vuol dire essere SUD, sud non solo geografico di una nazione.
Dicevo, che le polemiche sono ancora in corso, specialmente quest'anno in cui si celebrano i 150 anni dell'Italia. Italia, italietta, coraggiosa e vigliacca, espressione geografica o di popolo, erede di Greci, Etruschi e Romani, comunque sia una terra che sento mia con tutte le giuste critiche o di parte.
Un senso di appartenenza culturale che non è freno od ostacolo a sentirmi europero e mondiale, senza confini mentali.

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Ebbene tutto questo mi ha portato a creare questo trittico tricolore conseguenza del ciclo "sculture verticali" in legno e cotone che forse diverranno anche bronzi. Spero almeno in parte di aver pagato il mio debito morale verso il tricolore con questo sincero tributo!
Hasta siempre

 


 

 

 

 

 

FOTO

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PROGETTO FUORI USO TICINO  

 

 

 

Villa Viarno a Pregassona di Patrick Mancini - tratto da www.tio.ch

Il passato: Costruita alla fine dell’800, si chiama Villa Viarno in riferimento al luogo. Per anni è stata abitata da famiglie benestanti. Dal 1927 al 1935 è stata la sede della clinica Viarnetto, struttura psichiatrica privata. In seguito passa di nuovo nelle mani di privati. Circa 20 anni fa diventa di proprietà del Comune di Pregassona. Sarà per qualche tempo un foyer per bambini. All’inizio degli anni 2000, spunta l’ipotesi di insediarvi un centro civico comunale. La popolazione di Pregassona si spacca in due sulla possibilità di demolire lo stabile o meno.

Il presente: La facciata è incantevole. I suoi balconi in ferro battuto anche. Il resto di Villa Viarno, invece, è poca cosa. Retro inguardabile, locali interni rovinati e molto piccoli. Stupendo, invece, il parco. La Città di Lugano eredita lo stabile nel 2004 in seguito all’aggregazione comunale (Grande Lugano).

Il futuro: In seguito all’aggregazione l’ipotesi del centro civico è sfumata. Villa Viarno non fa parte delle opere protette dalla Città e un suo possibile recupero costerebbe minimo 4 milioni di franchi. Le autorità hanno comunque già fatto sapere che intendono trovare il modo per valorizzare lo splendido parco che circonda l’edificio.

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